South working, lavorare da remoto restando al Sud

Laptop su una terrazza con vista mare, south working

E se potessi tenere il tuo lavoro del Nord vivendo al mare, vicino alla famiglia, con un costo della vita più basso? Non è un’utopia, è il south working, e in questa puntata di Ciao Ami Podcast ne parliamo con chi lo pratica ogni giorno. Perché lavorare da remoto restando al Sud, per tanti, ha cambiato le regole del gioco.

Le nostre ospiti sono Marika e Andrea, due professionisti del digitale che lavorano dalla Puglia con clienti sparsi ovunque. Le loro storie mostrano un modo di lavorare che fino a pochi anni fa sembrava impossibile.

La cosa interessante è che non parliamo di un’eccezione fortunata, ma di una tendenza che tocca migliaia di persone. Sempre più professionisti del digitale scelgono di vivere lontano dalle grandi città, tenendo clienti e progetti sparsi in tutta Italia e all’estero. La geografia del lavoro sta cambiando, e chi lavora con un computer se ne è accorto per primo.

Cosa è il south working

Partiamo dalle basi. È il lavoro da remoto per aziende del Nord Italia svolto da chi abita al Sud, cioè da chi ha scelto di non spostarsi. Il termine arriva dall’associazione South Working, Lavorare dal Sud, fondata a marzo 2020 dalla ricercatrice palermitana Elena Militello insieme ai Global Shapers Palermo Hub. L’obiettivo dichiarato è colmare il divario tra Nord e Sud e riportare a casa i cervelli in fuga, quelli costretti anni prima a cercare lavoro altrove.

Un fenomeno nato con la pandemia

Questo modo di lavorare esplode con il Covid. Quando gli uffici chiudono e il lavoro diventa da remoto, tanti meridionali che vivevano al Nord tornano a casa senza lasciare l’impiego. I numeri lo fotografano, già nei primi mesi del 2020 un’indagine SVIMEZ contava 45 mila lavoratori di aziende del Centro-Nord operativi in smart working dal Sud. Marika e Andrea si riconoscono in quel periodo, il momento in cui hanno capito che il proprio lavoro non dipendeva dal posto in cui vivevano.

Il Covid ha fatto da acceleratore. In pochi mesi le aziende hanno capito che tante mansioni si svolgono benissimo a distanza, e i lavoratori hanno capito di poter riorganizzare la vita attorno a ciò che conta per loro. Finita l’emergenza, molti non hanno voluto tornare indietro, e da lì è partita la spinta a rendere stabile quello che era nato come una soluzione temporanea.

I vantaggi, tra qualità della vita e costi

Scorcio di un borgo del Sud Italia

I lati positivi sono tanti. Vivere al Sud costa meno, gli affitti e la vita quotidiana pesano di gran lunga meno che a Milano, e in cambio hai il mare, la famiglia, i ritmi più umani. Per i territori è una boccata d’aria, perché trattiene competenze e riporta a casa professionisti qualificati. Sono nate iniziative di ogni tipo, spazi di coworking per nomadi digitali, incentivi regionali, capitoli del PNRR dedicati al digitale, e persino bandi curiosi, come i giorni di smart working in barca a vela proposti dal comune di Brindisi.

Il risparmio non è un dettaglio. Con quello che a Milano se ne va in affitto, al Sud si vive con un margine diverso, e a parità di stipendio la qualità della vita sale parecchio. A questo si aggiungono il clima, il cibo, il mare a portata di mano, tutte cose che sulla carta sembrano di contorno, ma che sulla lunga distanza pesano sul benessere di ogni giornata.

Il limite del south working, il networking

Videochiamata di lavoro in uno spazio coworking

Un difetto però c’è, e Andrea lo dice chiaro. Fare rete di persona, al Sud, è più difficile. A Milano incroci colleghi, clienti e occasioni a ogni angolo, mentre lavorando da remoto dal Sud rischi l’isolamento professionale, quel senso di essere tagliato fuori dai giri che contano. Le trasferte e gli eventi aiutano a colmare il divario, e la distanza pesa meno di un tempo, ma resta il tema più spinoso di questo modo di lavorare. Per questo gli spazi che mettono in relazione le persone, e non offrono soltanto una scrivania, fanno la differenza.

Per aggirare l’ostacolo, chi lavora da giù si organizza. Qualche trasferta mirata nei mesi chiave, la presenza agli eventi di settore, una community online curata con costanza. La rete non arriva da sé come in una metropoli, va costruita con metodo. Chi lo fa si accorge che la distanza conta meno di quanto sembri, a patto di non chiudersi in casa e aspettare che siano gli altri a cercarti.

A chi conviene questo modo di lavorare

Non è per tutti, ma per chi lavora nel digitale è una possibilità concreta. Se il tuo lavoro si fa con un computer e una buona connessione, ti permette di scegliere dove vivere senza rinunciare alla carriera. Serve disciplina, una rete da coltivare anche a distanza, e la voglia di costruirsi le occasioni invece di aspettarle. In cambio ottieni una vita che tanti, dalle grandi città, ti invidiano. Vale la pena almeno pensarci.

Un ultimo consiglio pratico. Prima di fare il grande salto, provate a testare il modello per qualche mese, magari alternando periodi al Sud e periodi in città. Così capite se il ritmo vi si addice sul serio, senza bruciare i ponti. La libertà di scegliere dove vivere è una conquista recente, e va gestita con la stessa cura che mettete nel lavoro.

Fonti

Ascolta la puntata

Nella puntata di Ciao Ami Podcast, dedicata al vivere o tornare al Sud, Marika e Andrea raccontano com’è lavorare nel digitale dalla Puglia, tra vantaggi e sfide del south working. Se anche voi lavorate da remoto lontano dalle grandi città, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.

Ascolta o guarda la puntata

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