Ti trasferisci all’estero pensando che sarà una vacanza infinita, e per un po’ lo è. Poi un vicino non ti saluta, la burocrazia ti fa piangere, e capisci che qualcosa si è rotto. Quel qualcosa ha un nome, shock culturale, ed è il tema di questa puntata di Ciao Ami Podcast. Ne parliamo con due ame arrivate a Milano da lontano, e ci accorgiamo che le fasi sono sempre le stesse.
Le nostre ospiti sono Eleftheria, arrivata dalla Grecia per un master, e Ana Maria, arrivata dalla Colombia per amore e per studio. Paesi diversi, distanze diverse, e la stessa curva emotiva che vivono un po’ tutti quelli che cambiano Paese.
Cosa è lo shock culturale
Non è una debolezza, è una reazione normale. Il termine lo ha coniato l’antropologo Kalervo Oberg nel 1960, per descrivere il disorientamento che colpisce chi si trasferisce in una cultura diversa dalla propria. Succede quando perdi i punti di riferimento a cui eri abituato, il modo di salutare, gli orari, la lingua, e ti ritrovi a non sapere più cosa aspettarti dagli altri e da te stesso. Lo psicologo Paul Pedersen lo descrive come un impatto che è insieme emotivo, comportamentale e fisico.
I segnali non sono immaginari. Chi lo vive prova ansia, nostalgia di casa, stanchezza, a volte irritabilità e un senso di solitudine che arriva a ondate. Sono reazioni fisiche e mentali insieme, la stessa mente che deve reimparare tutto, dal fare la spesa al capire una battuta. Riconoscerle come normali, e non come un capriccio, è il primo passo per attraversarle senza sentirsi sbagliati.
Le quattro fasi dello shock culturale

Oberg ha diviso il percorso in quattro fasi, che non sono rigide ma ricorrono quasi sempre. La prima è la luna di miele, dura da due settimane a sei mesi, e in quel periodo tutto è nuovo ed eccitante, si tende a idealizzare il posto. È la fase dei video americani sul glow up italiano, per capirci. Poi arriva la crisi, quando l’incanto svanisce e cominci a scontrarti con le difficoltà pratiche, la lingua, i fraintendimenti, a volte anche un po’ di rabbia verso quello che non capisci.
In puntata questa curva si vede benissimo. All’inizio c’è l’incanto, l’Esselunga che diventa un parco giochi, la città nuova da esplorare. Poi arrivano gli inciampi veri, il vicino che non risponde al saluto, la fila alle Poste, la questura che ti fa piangere. È lì che l’idealizzazione lascia il posto alla fatica, e capisci che vivere in un posto è un’altra cosa rispetto a visitarlo.
Le due fasi successive sono in discesa, per fortuna. C’è il recupero, quando dopo sei o dodici mesi la lingua migliora e inizi a muoverti in autonomia, e poi l’integrazione, mesi o anni dopo, quando ti senti a casa e costruisci uno stile di vita che mette insieme pezzi delle due culture. In puntata Ana dice di essere in fase di accettazione a Milano, mentre Ele si sente in adattamento, ancora in equilibrio tra vecchie e nuove abitudini.
La curva a U e lo shock del ritorno
Gli studiosi hanno provato a disegnare questo percorso. Lo psicologo Lysgaard, studiando negli anni Cinquanta gli studenti scandinavi negli Stati Uniti, ha descritto una curva a U, eccitazione iniziale, discesa nello sconforto, e risalita verso una nuova normalità. Più tardi altri ricercatori hanno aggiunto una seconda curva, la W, che include un fenomeno spesso dimenticato, lo shock da rientro. Quando torni al tuo Paese dopo anni fuori, ti senti straniero a casa tua, e devi riadattarti pure lì.
Un dato onesto, il percorso non è mai uguale per due persone. Attraversare tutte le fasi richiede mesi o anni, e dipende da tanti fattori, il carattere, quanto è distante la nuova cultura dalla tua, la lingua, la rete di persone che riesci a metterti intorno. Chi ha vicino qualcuno che condivide la stessa esperienza, come le nostre ospiti tra di loro, di solito soffre un po’ meno.
Perché riconoscere lo shock culturale aiuta

Sapere che esiste una mappa cambia tutto. Quando capisci che la crisi è una fase e non un fallimento personale, smetti di colpevolizzarti e cominci a cercare soluzioni. Il percorso non è lineare uguale per tutti, dipende dal carattere, dalla distanza tra le due culture, dalla rete che riesci a costruire. Ma il messaggio è chiaro, quel disagio passa, e chi ci passa non è debole, sta soltanto attraversando qualcosa di prevedibile.
Contro questo disagio, poi, qualcosa si fa. Costruire una routine dà subito un senso di controllo, imparare la lingua abbatte metà delle frustrazioni, e tenere qualche abitudine di casa, un piatto, una festa, una telefonata fissa, aiuta a non sentirsi sradicati. Se il disagio si fa pesante e dura, chiedere aiuto a uno psicologo che lavora con chi si è trasferito non è una resa, è buon senso. Nessuno dovrebbe attraversare tutto questo in silenzio, e nemmeno in solitudine.
Fonti
- Definizione e fasi di Oberg, La Psicologa Online
- Le fasi e la durata del fenomeno, Wikipedia
- Curva a U e a W, shock da rientro, La Mente è Meravigliosa
Ascolta la puntata
Nella puntata di Ciao Ami Podcast, dedicata allo shock culturale, Eleftheria e Ana Maria ci raccontano senza filtri cosa vuol dire ricostruirsi una vita a Milano. Se anche voi vi siete sentiti così, in Italia o all’estero, raccontatecelo a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.