Maternità e lavoro, cosa succede quando lo dici al capo

Donna incinta al lavoro in ufficio, maternità e lavoro

Scopri di aspettare un figlio, e insieme alla gioia arriva un pensiero, come lo dico al lavoro. Il tema di maternità e lavoro è uno dei più delicati, e in questa puntata di Ciao Ami Podcast lo tocchiamo con chi l’ha vissuto sulla propria pelle. Perché tra la paura di perdere il posto e i diritti che spesso non conosciamo, ci si sente sole proprio nel momento sbagliato.

In puntata Azzurra Storywriter, mamma single, racconta del panico di comunicare la gravidanza al datore di lavoro con il contratto in scadenza. Le è andata bene, un datore comprensivo che l’ha rassicurata, ma non è sempre così, e infatti aggiunge che altre volte ha trovato porte chiuse. La differenza, spesso, la fa sapere cosa dice la legge.

Maternità e lavoro, i diritti che tutelano la lavoratrice

Partiamo dalle basi, perché tutelano più di quanto si creda. Il congedo di maternità, disciplinato dal Testo Unico del 2001, è obbligatorio e dura cinque mesi, di norma due prima del parto e tre dopo. Durante il congedo spetta un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione, che molti contratti integrano fino al cento per cento. Sono mesi coperti anche ai fini della carriera e della tredicesima.

Le tutele partono anche prima del parto. Durante la gravidanza la lavoratrice ha diritto a permessi retribuiti per gli esami prenatali, non va adibita a lavori pesanti, pericolosi o al sollevamento di pesi, e non è obbligata al lavoro notturno. Sono regole pensate per proteggere la salute della madre e del bambino, e valgono a prescindere dal tipo di contratto. Conoscerle serve a non farsi mettere in difficoltà da chi finge di non saperle.

Il divieto di licenziamento e le dimissioni protette

Firma di un contratto di lavoro

C’è una tutela forte che in pochi conoscono. Dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino vige il divieto di licenziamento, e un licenziamento intimato in quel periodo è nullo, salvo casi eccezionali come la giusta causa o la fine di un contratto a termine. In più, le dimissioni presentate nel periodo protetto vanno convalidate dall’Ispettorato del lavoro, con un colloquio che serve a evitare le vecchie dimissioni in bianco, firmate sotto pressione. Senza convalida, non hanno valore.

C’è di più a protezione di chi lascia. Chi si dimette nel periodo protetto non deve dare preavviso e mantiene il diritto alla disoccupazione, la NASPI, che con le dimissioni normali non spetterebbe. E al rientro la legge garantisce di tornare nella stessa sede e alle stesse mansioni di prima. Sulla carta, insomma, la lavoratrice madre è tutelata dall’inizio della gravidanza fino ben oltre il parto.

Quando la tutela non basta

La legge protegge, ma la realtà a volte la aggira. Il segnale più chiaro sono le dimissioni volontarie delle madri con figli piccoli, salite nel 2024 a 6,8 ogni mille, un numero che il divieto di licenziamento non riesce a fermare. Dietro c’è la cosiddetta child penalty, il prezzo che le carriere femminili pagano in part time involontari, stipendi più bassi e crescita bloccata al rientro. Come racconta Azzurra in puntata, la comprensione del datore fa la differenza, ma non dovrebbe essere una fortuna, dovrebbe essere la norma.

Un capitolo a parte è il congedo parentale, quello che si aggiunge alla maternità vera e propria. Tra i due genitori arriva a undici mesi complessivi, con tre mesi non trasferibili ciascuno, e la riforma del 2022 ha alzato l’indennità per alcuni di questi mesi. Sulla carta è pensato per condividere il carico. Nella pratica lo usano quasi sempre le madri, perché quando lo stipendio del padre è più alto la famiglia sceglie che sia lei a ridurre le ore. Così il divario si allarga da sé.

Questo squilibrio ha un nome e un prezzo. Le carriere delle madri restano indietro, con anni di part time non voluto, stipendi più bassi e pensioni più leggere. Il congedo di paternità in Italia resta corto e poco usato, e finché il peso della cura cade quasi tutto sulle donne, la parità sul lavoro resta un traguardo lontano. Se ne parla poco, ma è uno dei motivi per cui tante rimandano o rinunciano a un figlio.

Cosa fare in pratica

Mamma con neonato e computer portatile

Qualche punto fermo su maternità e lavoro, se vi trovate in questa situazione. Comunicate la gravidanza con la certificazione medica, così scatta la tutela. Ricordate che avete diritto a rientrare nelle stesse mansioni e a chiedere il part time entro i limiti del congedo parentale. Se al ritorno vi mettono ai margini o vi spingono ad andarvene, non firmate nulla di getto e rivolgetevi a un sindacato o a un avvocato del lavoro, avete tempo per impugnare. Sapere di essere nel giusto cambia il modo in cui affrontate quella conversazione.

Vale anche il lato umano, che le regole non scrivono. La storia di Azzurra in puntata, con un datore che la rassicura invece di metterla alla porta, ricorda che la comprensione conta quanto la legge. Un’azienda che tratta la maternità come una fase normale della vita, e non come un problema, si tiene le persone più a lungo. La tutela la scrive lo Stato, il clima lo fa chi guida un’azienda.

Fonti

Ascolta la puntata

Nella puntata di Ciao Ami Podcast, Mamma mia, con Elizabeth Algostino e Azzurra Storywriter parliamo di lavoro, gravidanza e datori più o meno umani. Se avete comunicato una gravidanza al lavoro e volete raccontarci com’è andata, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.

Ascolta o guarda la puntata

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