A un certo punto della puntata lanciamo una provocazione seria, cercate lavoro in Australia o Nuova Zelanda. Detta così sembra una battuta, ma lavorare in Australia è un pensiero che sfiora molti di noi, davanti a stipendi fermi e a un futuro incerto in Italia.
Partiamo dal perché. Il tema emerge parlando di working poor e di quanto sia dura mettere su una vita con le retribuzioni italiane. E i numeri sull’emigrazione danno ragione a chi guarda altrove.
Perché in tanti pensano a lavorare in Australia
Il dato fotografa un Paese che i giovani lasciano. Secondo il Rendiconto sociale dell’INPS, nel 2024 hanno lasciato l’Italia 141 mila persone, il numero più alto degli ultimi dieci anni, e sono soprattutto giovani laureati. E appena uno su sei pensa di tornare. La molla principale è economica. Un laureato magistrale, a un anno dal titolo, guadagna in media 2.290 euro al mese all’estero contro 1.452 in Italia, e dopo cinque anni il divario cresce ancora, oltre il 57 per cento in più.
Non è un caso isolato, è un’onda. Il Rapporto Italiani nel Mondo segnala oltre 120 mila iscrizioni per espatrio nel 2024, con un balzo di quasi il 40 per cento sull’anno prima, trainato proprio dalla fascia 18-34 anni. In tanti se ne vanno per lavoro, per un contesto più meritocratico, per stipendi che permettono di mettere via qualcosa. E sempre più spesso la partenza da temporanea diventa definitiva.
L’Australia, in questo, è una calamita. Il costo della vita è alto, ma lo sono anche i salari. Il salario minimo, dal luglio 2025, è di 24,95 dollari australiani l’ora, e la retribuzione media di un full time supera i 2.000 dollari a settimana. Tradotto, per lo stesso ruolo che in Italia pagano poco, lì la cifra spesso raddoppia, e anche tolto il costo della vita il conto torna a favore.
Come funziona il visto per lavorare in Australia

Il canale principale per chi ha una professione è lo skilled visa, un permesso a punti. Presentate una manifestazione di interesse sul sistema SkillSelect, ottenete un punteggio in base a età, inglese, titoli ed esperienza, e con almeno 65 punti potete ricevere l’invito a fare domanda. La vostra professione deve rientrare nella lista delle occupazioni richieste, e serve una valutazione ufficiale delle competenze più un test di inglese come lo IELTS.
C’è un paletto che pesa, l’età. Per la maggior parte dei visti qualificati serve avere meno di 45 anni al momento dell’invito. Come raccontiamo in puntata, oltre quella soglia la strada si complica. Per i più giovani, tra i 18 e i 30 anni, esiste il Working Holiday visa, che combina viaggio e lavoro e spesso è il primo passo. Le professioni più richieste sono quelle tecniche e digitali, dallo sviluppo software all’ingegneria alla sanità, dove rientra anche un mestiere come il design delle esperienze utente, che citiamo in puntata.
Da dove si parte in concreto. Il primo passo è controllare se la propria professione è nella lista delle occupazioni richieste, che il governo aggiorna spesso. Poi c’è l’inglese, non aggirabile, con un test ufficiale e un punteggio minimo. Chi ha meno di trent’anni parte prima con il Working Holiday, farsi un’idea sul campo e valutare con calma il passo successivo. Affidarsi a un consulente di migrazione riconosciuto aiuta a evitare errori che costano tempo e soldi.
Partire sì, ma con la testa

Il nostro consiglio è tenere i piedi per terra. Un’esperienza all’estero allarga lo sguardo, insegna un altro modo di lavorare, e magari vi lascia da parte qualcosa per tornare e costruire qui. Ma non è la soluzione per tutti, e c’è pure un tema collettivo, se i più preparati se ne vanno, l’Italia resta più povera di competenze. Come ci diciamo in puntata, la rivoluzione parte anche dal restare e pretendere di più. Intanto, informarsi non costa nulla, e sapere che alternative esistono cambia già il modo in cui guardate al vostro lavoro.
C’è pure una malinconia in questo discorso, ce lo siamo detti in puntata. Sessant’anni fa i nostri nonni partivano per l’Australia con una valigia di cartone, e oggi tocca di nuovo a noi guardare così lontano per trovare condizioni migliori. La storia si ripete, e dice qualcosa di scomodo sul Paese che stiamo lasciando. Partire per scelta è una cosa, partire perché qui non si riesce a costruire è un’altra.
E il conto lo paga anche l’Italia. Secondo il CNEL, tra il 2011 e il 2024 se ne sono andati circa 630 mila giovani, un capitale umano che il Paese ha cresciuto e formato per poi perderlo. Ogni ragazza e ragazzo che parte è una competenza in meno qui e una in più altrove. Per questo la scelta personale, sacrosanta, si intreccia con un problema di tutti, rendere l’Italia un posto dove valga la pena restare.
Fonti
- Italiani emigrati nel 2024, dati INPS e AlmaLaurea, Sky TG24
- Guida ai visti e agli stipendi in Australia, Visto-Australia.it
- Skilled visa, requisiti e punteggio, Jump in Sydney
Ascolta la puntata
Nella puntata di Ciao Ami Podcast, LinkedIn non è Tinder, con Rossella Sposato parliamo di lavoro, di scelte difficili e della tentazione di fare le valigie. Se state pensando all’estero, o se siete partiti e volete raccontarci com’è andata, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.