Fuga dei cervelli dal Sud, perché i giovani continuano a partire

Giovane laureato con valigia alla stazione, fuga dei cervelli

A diciotto anni fai le valigie, e ti dicono che è normale così, che per studiare e lavorare devi andare via. Dietro quella normalità c’è un fenomeno enorme, la fuga dei cervelli dal Sud, e in questa puntata di Ciao Ami Podcast partiamo da qui. Perché tanti nostri coetanei non hanno scelto di partire, si sono sentiti costretti, e i numeri lo confermano.

Lo sappiamo bene anche noi, visto che una di noi arriva dalla Calabria ed è dovuta partire per studiare e lavorare nel suo ambito. È una scelta che porta con sé un misto di rabbia e senso di colpa, quello di essere scappati, che tanti meridionali conoscono.

Non è una colpa individuale, è un fatto strutturale. Quando la tua terra non offre l’università giusta, il lavoro nel tuo campo o uno stipendio dignitoso, partire diventa quasi un obbligo travestito da libera scelta. Ed è per questo che tanti, andando via, si portano dietro un misto di sollievo e rimpianto che fatica a sciogliersi negli anni.

La fuga dei cervelli dal Sud in numeri

I dati raccontano un’emorragia. Secondo il rapporto SVIMEZ Un Paese, due emigrazioni, tra il 2002 e il 2024 quasi 350 mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, con una perdita netta di 270 mila giovani. E la quota di laureati tra chi parte è triplicata, dal 20 per cento del 2002 a circa il 60 per cento del 2024. Se ne vanno soprattutto i più qualificati, quelli su cui il Sud aveva investito.

C’è un dettaglio che rende il quadro ancora più pesante. A partire sono più le donne che gli uomini, un segnale di quanto il mercato del lavoro meridionale offra poco proprio alle laureate. E ogni giovane che se ne va porta con sé anni di studio pagati dalle famiglie e dallo Stato, un investimento che finisce per fruttare altrove.

Perché partono, il divario di opportunità

Mappa dell'Italia divisa tra Nord e Sud

Il motivo è semplice, le opportunità non sono le stesse. A tre anni dalla laurea, chi studia al Centro-Nord lavora nella stessa area nell’88,5 per cento dei casi, mentre di chi si laurea al Sud meno del 70 per cento trova un impiego nella propria terra. Pesa anche lo stipendio, una laureata del Mezzogiorno guadagna in media 1.487 euro al mese contro i 1.862 di un laureato del Nord-Ovest. Con questi divari, restare diventa una scommessa che in tanti non se la sentono di fare.

Il divario non si riduce agli stipendi. Pesano i trasporti lenti, i servizi che mancano, gli asili introvabili, la sensazione che per emergere serva conoscere la persona giusta. Chi ha talento e ambizione cerca un terreno dove poter crescere, e quando non lo trova sotto casa lo va a cercare dove c’è. Non è mancanza di amore per la propria terra, è mancanza di alternative.

Vale la pena ricordarlo, restare non è sinonimo di arrendersi, così come partire non è sempre un atto di coraggio. Sono i numeri di sistema a raccontare un’ingiustizia, non le scelte dei singoli. Puntare il dito su chi va via sposta l’attenzione dal vero nodo, un Paese che fatica a offrire le stesse possibilità da Nord a Sud.

Non è un addio per sempre

Giovane che torna a casa al Sud

C’è però un segnale di speranza. Negli ultimi anni gli studenti meridionali iscritti negli atenei del Centro-Nord sono passati da 24 mila del 2021 a 17 mila del 2024, segno che il richiamo del Nord si sta un po’ allentando. E il lavoro da remoto sta permettendo a una parte di chi era partito di rientrare, portando a casa le competenze imparate fuori. La fuga non è per forza definitiva, se il territorio riesce a offrire una ragione per restare o per tornare.

Il lavoro da remoto ha cambiato le carte in tavola. Chi era partito per un impiego che oggi si fa con un computer e una connessione riesce a riportarlo a casa, e alcuni territori hanno iniziato a corteggiare questi rientri con incentivi e spazi dedicati. Non risolve tutto, ma incrina l’idea che dal Sud si possa soltanto partire.

Cosa serve per invertire la rotta

La strada è lunga, ma la direzione è chiara. Servono lavoro qualificato, servizi, trasporti e una burocrazia meno lenta, quella che oggi rallenta chi vorrebbe avviare un’attività al Sud. Servono incentivi per chi resta e per chi rientra, e una rete che colleghi lavoratori, imprese ed enti locali. Il capitale umano è la risorsa più preziosa di un territorio, e trattenerlo, o riportarlo a casa, è la partita che il Mezzogiorno non deve permettersi di perdere.

Le storie della puntata servono anche a questo, a ricordare che dietro le statistiche ci sono persone, scelte, notti passate a pesare i pro e i contro. Marika e Andrea non danno lezioni, raccontano cosa hanno vissuto, e il loro punto di vista aiuta a capire che la fuga non è un destino segnato. È un fenomeno che si riesce a invertire, un pezzo alla volta.

Fonti

Ascolta la puntata

Nella puntata di Ciao Ami Podcast, dedicata al vivere o tornare al Sud, Marika e Andrea raccontano l’altra faccia di questi numeri, quella di chi è tornato e di chi è rimasto. Se anche voi avete vissuto la fuga dei cervelli sulla vostra pelle, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.

Ascolta o guarda la puntata

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