Cultura del lavoro in Italia vista da chi arriva da fuori

Ufficio open space con persone al lavoro, cultura del lavoro

Esci di casa alle otto, torni alle otto di sera, e ti chiedi come sia possibile vivere così. Chi arriva a Milano da un altro Paese nota subito una cosa, la cultura del lavoro qui funziona in modo particolare. In questa puntata di Ciao Ami Podcast lo raccontano due ame che hanno lavorato prima altrove e poi in Italia, e il confronto fa riflettere anche noi che qui ci siamo nati.

Eleftheria dalla Grecia e Ana Maria dalla Colombia, riflettono su temi orari, flessibilità e modo di dare i feedback. Non per fare le maestrine, ma perché guardare da fuori quello che diamo per scontato aiuta a vederlo meglio.

La cultura del lavoro tra orari e pausa pranzo

Il primo shock sono gli orari. Ele racconta che in Grecia lavorava dalle otto alle quattro senza pausa pranzo, ma con tutto il pomeriggio libero. In Italia invece la giornata va dalle nove alle sei, e se ci aggiungi il pendolarismo e qualche ora extra, hai passato undici ore dietro al lavoro. C’è un paradosso, però. Secondo l’indice Better Life dell’OCSE, l’Italia è prima al mondo per equilibrio tra vita e lavoro, perché appena il tre per cento dei dipendenti fa orari lunghissimi, contro una media del dieci per cento.

Il punto è che la classifica misura chi fa orari estremi, non la rigidità della giornata. In Italia raramente si resta in ufficio fino a notte come in Giappone, ed è un bene. Ma la giornata è ingessata, dalle nove alle sei per tutti, con la pausa pranzo sacra a metà, e poco spazio per organizzarsi in modo diverso. Chi arriva da un Paese dove finisci alle quattro e hai il pomeriggio libero fatica a ritrovarsi in questo schema.

Il paradosso della flessibilità

Smart working da casa con laptop

Il dato però stona con quello che si vive. In media in Italia si lavorano circa 33 ore a settimana, tre più della media europea e sette più della Germania, e la produttività resta bassa. Soprattutto manca la flessibilità. Gio racconta della sorella in Svizzera che sceglie a che ora entrare e uscire, mentre da noi per una visita medica devi chiedere il permesso o bruciarti un giorno di ferie. Non stupisce che un lavoratore su cinque si dica soddisfatto del proprio equilibrio, e che tanti cambino lavoro proprio per cercarne uno migliore.

I numeri confermano il malessere. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, quasi la metà degli occupati ha cambiato lavoro nell’ultimo anno o pensa di farlo entro un anno e mezzo, e una fetta di loro cerca proprio un equilibrio migliore tra vita e lavoro. Intanto lo smart working, che durante la pandemia era arrivato nel 58 per cento delle grandi imprese, in tante realtà è stato ridimensionato, mentre altrove è diventato la norma. La flessibilità, quando c’è, cambia la vita, e i lavoratori se ne accorgono.

Il feedback che ti abbatte invece di aiutarti

Colloquio di feedback tra capo e dipendente

Poi c’è il capitolo comunicazione, quello che tocca di più. Le ospiti notano che in Italia il feedback al lavoro è diretto fino a essere brusco. Si sente dire questo progetto fa schifo, ma raramente arriva la parte utile, dovresti migliorarlo così, andiamo in questa direzione. Il risultato è che ti senti incapace invece di crescere. Ci mettono pure la fatica di chiedere scusa, che qui costa parecchio. Un capo con poca empatia, dicono, lascia il segno, e non è una questione di età, capita a prescindere.

C’è anche il modo in cui si discute. In alcune riunioni, raccontano le ospiti, tutto diventa una gara a chi ha ragione, e alla fine non si arriva a una soluzione. Manca il momento in cui ci si siede, si spiega la direzione e si costruisce insieme il passo dopo. Per chi viene da culture dove il confronto è più morbido e sorridente, questa durezza è uno degli shock più forti, e non aiuta certo a lavorare meglio.

Cosa possiamo imparare

La nostra cultura del lavoro non è tutta da buttare, anzi. La qualità della vita fuori dall’ufficio, in Italia, resta alta, e in tante aziende lo smart working ha allentato i ritmi, cosa che in altri Paesi è già sparita. Il punto è un altro, spostare l’attenzione dal controllo delle ore ai risultati, dare feedback che facciano crescere, concedere qualche slot flessibile. Chi arriva da fuori ce lo dice con affetto, avete una qualità della vita che altri vi invidiano, provate a portarla anche dentro l’ufficio.

Il confronto con l’estero, del resto, parla chiaro. In Germania si lavorano circa 26 ore a settimana, sette meno che da noi, eppure la produttività è più alta. Segno che contano l’organizzazione e la fiducia, non le ore passate alla scrivania. Dare alle persone qualche slot flessibile, giudicarle sui risultati e non sulla presenza, e ricordarsi di dire un grazie o uno scusa, costa poco e rende parecchio. Sono le cose che, viste da fuori, ci mancano di più, e sono anche quelle che trattengono i talenti, invece di spingerli a cambiare azienda ogni anno.

Fonti

  • Italia prima per equilibrio vita-lavoro, indice OCSE, Confprofessioni
  • Ore lavorate e produttività, dati OCSE, Prestiter
  • Soddisfazione e work life balance, Osservatorio Politecnico di Milano, Enfea News

Ascolta la puntata

Nella puntata di Ciao Ami Podcast, dedicata allo shock culturale, Eleftheria e Ana Maria raccontano il lavoro in Italia visto da fuori, tra orari, feedback e flessibilità che manca. Se avete vissuto uno shock simile, in Italia o all’estero, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.

Ascolta o guarda la puntata

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