Quante volte avete letto un annuncio con scritto retribuzione da definire, e vi siete candidati al buio. tutto ciò per finire. Con la trasparenza salariale in arrivo, dal 2026 le aziende dovranno dire a quanto ammonta lo stipendio già nell’annuncio. Ne abbiamo parlato in puntata con Rossella Sposato, team leader in Randstad Box e, abbiamo analizzato il perché questo sposta il potere dalla parte di chi cerca lavoro.
Il tema salta fuori quando in puntata confrontiamo l’Italia con la Gran Bretagna, dove indicare la fascia di stipendio negli annunci è prassi da tempo. Da noi arriva adesso, per legge, e cambia parecchio le regole del gioco tra candidato e azienda.
In Italia ci arriviamo con anni di ritardo. Nei Paesi anglosassoni la fascia di stipendio nell’annuncio è la norma da tempo, mentre da noi lo stipendio è rimasto a lungo un tabù, una cosa che non si chiede e non si dice. Il risultato è che tante persone hanno accettato cifre basse senza un metro di paragone, semplicemente perché non sapevano quanto valeva quel ruolo sul mercato.
Non è un peso soltanto per le aziende, anzi. Le realtà che comunicano stipendi chiari attirano più candidati, soprattutto tra i giovani che diffidano degli annunci senza cifra. Mettere la RAL nero su bianco è diventato un segnale di serietà, un modo per dire trattiamo le persone con rispetto fin dal primo contatto. Le imprese che si muovono per prime, invece di subire la norma, ci guadagnano in reputazione. E chi cerca lavoro impara in fretta a evitare gli annunci vaghi, che sembrano avere qualcosa da nascondere.
Cosa prevede la trasparenza salariale dal 2026
La base è una direttiva europea, la 2023/970, recepita in Italia con il decreto legislativo 96 del 2026, in vigore dal 7 giugno 2026. Da quella data ogni annuncio di lavoro deve indicare la retribuzione iniziale o una fascia retributiva, prima del colloquio. Formule come RAL commisurata all’esperienza, senza numeri, non bastano più. La regola vale su tutti i canali, dai portali a LinkedIn alla pagina carriere dell’azienda.
C’è un secondo cambio, altrettanto importante. L’azienda non potrà più chiedervi quanto guadagnavate nel lavoro precedente. È una mossa pensata per spezzare il circolo per cui chi parte da uno stipendio basso se lo trascina addosso a ogni cambio. In più, chi lavora avrà il diritto di conoscere i livelli retributivi medi, divisi per genere, di chi fa lo stesso lavoro.
Perché la trasparenza salariale riduce il divario di genere

L’obiettivo dichiarato è il gender pay gap, cioè la differenza di stipendio tra uomini e donne a parità di lavoro. Le aziende con almeno 100 dipendenti dovranno pubblicare rapporti periodici sul divario, e, se emerge una differenza media di almeno il 5 per cento non giustificata, scatta l’obbligo di correggerla insieme ai rappresentanti dei lavoratori. In caso di contenziosi, tocca all’azienda dimostrare di non aver discriminato, non più al lavoratore.
Il divario che la norma vuole colpire è concreto. In Europa le donne guadagnano in media meno degli uomini a parità di lavoro, e la differenza si trascina fino alla pensione. Rendere pubblici i criteri con cui si decidono stipendi, scatti e promozioni serve a far emergere le disparità che oggi restano nascoste dietro il segreto sulle buste paga. In Italia il tema pesa quanto altrove, e la nuova norma prova a spostarlo dal piano dei buoni propositi a quello degli obblighi.
Le scadenze sono scaglionate. Gli obblighi di base, come la cifra nell’annuncio e il divieto di chiedere lo stipendio passato, valgono da subito per tutte le aziende, anche le più piccole. I rapporti periodici sul divario di genere partono invece dal 2027 per le realtà sopra i 250 dipendenti, con tempi più lunghi per quelle medie. Ma il messaggio è chiaro fin dal primo giorno, la busta paga smette di essere un segreto. E un segreto in meno, tra lavoratore e azienda, è quasi sempre una cosa buona.
Cosa cambia per chi cerca lavoro

Per voi che vi candidate, il vantaggio è concreto. Sapere la fascia di stipendio prima del colloquio evita di perdere tempo su posizioni fuori dalle vostre esigenze, e vi mette in una posizione migliore per trattare, perché partite da un numero pubblico e non da una vostra ipotesi. Il vecchio tabù del non chiedere lo stipendio, di cui parliamo in puntata, perde senso quando la cifra è scritta nell’annuncio, e la trasparenza salariale rende la trattativa più alla pari. Resta un passo avanti, non la soluzione a tutto, ma un passo nella direzione giusta.
Attenzione a non farne una bacchetta magica. La cifra nell’annuncio vi dà un punto di partenza, ma dovrete comunque saperla leggere. Una fascia ampia, tipo da 25 a 40 mila euro, dice poco, e sta a voi capire dove vi collocate per esperienza e competenze. La trasparenza vi dà l’informazione, il lavoro di posizionarvi resta vostro. Come diciamo tra ami, sapere il prezzo è metà dell’opera, l’altra metà è conoscere il proprio valore.
Fonti
- Trasparenza retributiva, obblighi per le imprese, PMI.it
- Direttiva 2023/970 e divieto sulla storia retributiva, Unioncamere
- Decreto 96/2026, date e obblighi, DirettivaTrasparenza.it
Ascolta la puntata
Nella puntata di Ciao Ami Podcast, LinkedIn non è Tinder, con Rossella Sposato ragioniamo su stipendi, RAL e sul coraggio di chiedere quanto vale il vostro lavoro. Se un annuncio senza cifra vi ha fatto perdere tempo, o se avete una storia di trattativa da raccontare, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.