Come scrivere un CV che non finisca nel cestino

Curriculum vitae su scrivania con penna, come scrivere un CV

Mandi il curriculum, aspetti, e non ti richiama nessuno. Comprendiamo la frustrazione, ne parliamo di continuo tra ami. Il punto è che un recruiter ci mette pochi secondi a decidere se andare avanti e capire come scrivere un CV che superi quella scrematura cambia tutto. Nella puntata di Ciao Ami Podcast lo abbiamo chiesto a chi quei CV li legge da anni.

La nostra ospite è Rossella Sposato, team leader di Randstad Box ed ex recruiter con migliaia di colloqui alle spalle che lo ha confermato: mandare candidature a raffica, senza leggere l’annuncio funziona quanto uno swipe a caso. Meglio poche candidature mirate che cento copia e incolla.

Il paragone del titolo della nostra seconda puntata – Linkedin non è Tinder – regge bene. Su Tinder mandare like a chiunque non porta a un buon match, e con le candidature funziona allo stesso modo. Mandare lo stesso CV a cinquanta annunci diversi vi fa sentire produttivi, ma è tempo buttato. Meglio dieci candidature mirate, con il CV e due righe di presentazione adattate a ogni ruolo. La qualità batte la quantità, in amore come nel lavoro.

Come scrivere un CV, la regola dei pochi secondi

Recruiter che legge un curriculum

Parti da un dato. Uno studio spesso citato, quello di The Ladders, ha misurato che un selezionatore dedica in media 7 secondi alla prima occhiata di un CV. In quei secondi l’occhio cerca poche cose, il ruolo attuale, l’azienda, l’esperienza maturata. Se non trova subito quello che serve, passa al prossimo. Quindi il CV deve essere pulito, ordinato e leggibile a colpo d’occhio, una pagina o massimo due.

La forma conta quanto il contenuto. Rossella lo ripete, il CV è il vostro biglietto da visita, e un refuso o una sbavatura danno l’idea di una persona poco attenta. Rileggete, fatelo leggere a qualcuno, controllate due volte. Mettete sempre i dati di contatto, telefono compreso, perché se non vi possono chiamare il CV migliore del mondo resta lì. Sembra banale, ma un contatto sbagliato manda all’aria la candidatura migliore.

Cosa mettere e cosa lasciare fuori

Ecco una struttura che funziona quasi sempre.

  • Dati di contatto in alto, nome, telefono, email e link a LinkedIn. Lasciate stare stato civile e dettagli che non servono.
  • Esperienze in ordine cronologico inverso, dalla più recente. Per ognuna, azienda, ruolo, date e i risultati concreti, non la lista dei compiti.
  • Formazione, sempre in ordine cronologico, con titolo, istituto e anno.
  • Competenze e lingue, con il livello reale, senza gonfiare, perché al colloquio ve lo chiedono.
  • Per chi non ha esperienza, valorizzate stage, volontariato, progetti universitari e hobby, che raccontano chi siete.

Un consiglio che tra ami sottovalutiamo, personalizzate. Molte aziende passano i CV in un software di selezione, l’ATS, che filtra i documenti cercando le parole chiave dell’annuncio. Riprendere i termini della job description, quando corrispondono al vostro profilo, alza le probabilità di passare la prima selezione. Il CV unico buono per tutto è il modo più veloce per finire nel mucchio.

Occhio anche agli errori che facciamo tutti. Gonfiare le competenze è un boomerang, al colloquio ve le chiedono e la falla si vede. Un CV di quattro pagine stanca chi lo legge, tenetelo asciutto. E i risultati contano più dei compiti, invece di scrivere semplicemente mi occupavo di social, scrivete che avete portato la pagina da mille a diecimila follower. I numeri raccontano meglio di mille aggettivi.

E se di esperienza ne avete poca, niente panico. In puntata Rossella lo dice chiaro, un foglio può raccontare di voi anche senza una lunga carriera. Uno stage, un progetto all’università, il volontariato, persino un hobby portato avanti con costanza dicono qualcosa di chi siete e di come lavorate. Il segreto è collegarli al ruolo, mostrando cosa ci avete imparato, non elencarli a caso. Chi legge cerca potenziale, non un elenco perfetto.

La foto sul CV, sì o no

Foto professionale formato tessera

Dubbio ricorrente, e la risposta cambia col Paese. In Italia e in gran parte d’Europa la foto è prassi diffusa, anche se non obbligatoria. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti no, anzi, spesso una foto porta il CV dritto nel cestino, per prevenire i pregiudizi. Come raccontiamo in puntata, all’estero questa regola l’abbiamo imparata a nostre spese.

Se scegliete di metterla, che sia professionale, sfondo neutro, espressione aperta, coerente col ruolo. E ricordate una cosa pratica, in Italia va inserita l’autorizzazione al trattamento dei dati secondo il GDPR, altrimenti tante aziende non possono nemmeno conservare il vostro CV. La foto stessa è un dato personale, quindi valutate anche la vostra privacy.

Un ultimo pezzo che vale il CV stesso: il profilo LinkedIn. Molti recruiter, dopo il curriculum, vanno a controllarlo, quindi tenetelo coerente con quello che avete scritto. Foto uguale, stesse esperienze, stesse date. Se il CV dice una cosa e LinkedIn un’altra, l’impressione è di poca cura. Curare i due insieme, con lo stesso filo, rafforza la vostra immagine da qualsiasi parte vi guardino.

Fonti

Ascolta la puntata

Nella puntata di Ciao Ami Podcast, LinkedIn non è Tinder, Rossella smonta un po’ di miti sul CV e sul colloquio, con esempi che avremmo voluto sentire dieci anni fa. Se avete mandato CV nel vuoto chiedendovi che fine facciano, raccontatecelo a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.

Ascolta o guarda la puntata

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