È sera, sei a letto, dovresti dormire e invece scrolli. Un video, poi un altro, e quando alzi gli occhi è passata un’ora. La dipendenza da smartphone è la trappola in cui cadiamo tutti, e tra ami la conosciamo bene. In puntata di Ciao Ami Podcast ci ha aiutato a inquadrarla Giorgio Gualazzi, psicologo e psicoterapeuta, insieme a Enrica Albera, esperta di benessere psico fisico.
La frase che ci è rimasta è forte. Giorgio definisce lo smartphone insieme ai social la droga più forte al mondo, e aggiunge che siamo tutti dipendenti, nessuno escluso. Non è un giudizio moralista, è la fotografia di come funziona uno strumento costruito apposta per tenerci attaccati al suo schermo.
Quanto è diffusa la dipendenza da smartphone
I numeri parlano chiaro. Secondo una ricerca citata dal Garante per la privacy, due italiani su cinque soffrono di nomofobia, la paura di restare senza telefono. A livello globale un possessore di smartphone su quattro lo usa più di sette ore al giorno, e in Italia la generazione più giovane sfiora le sei ore quotidiane. Non è una questione di forza di volontà, è che questi strumenti sono progettati per non farci staccare.
I segnali di questa dipendenza li riconosciamo tutti. Controllare il telefono decine di volte l’ora anche senza notifiche, portarlo in bagno, sentirsi in ansia quando la batteria scende, avere il terrore di perdersi qualcosa. Una ricerca racconta che gli italiani sbloccano i dispositivi fino a ottanta volte ogni ora. Non è pigrizia, è un riflesso costruito a tavolino, con notifiche e contenuti pensati per riportarci sempre lì.
Il punto, come spiega Giorgio, è che l’iperconnessione fa una cosa subdola, placa le nostre angosce. Riempie ogni vuoto, ogni attesa, ogni silenzio, e così non ci lascia mai il tempo di sentire cosa ci passa dentro. Tanta più connessione c’è verso l’esterno, dice, tanto più si rischia di perdere quella interna. Lo scrolling diventa un modo per non pensare, e a lungo andare questo pesa sull’umore.
C’è un concetto che in puntata ci ha colpito. Giorgio parla della noia come mancanza di desiderio, e ricorda che il desiderio nasce proprio da un vuoto, da una mancanza. Se riempiamo ogni istante con uno schermo, non lasciamo più spazio a quel vuoto, e così smettiamo di desiderare, di annoiarci in modo creativo, di lasciar vagare la mente. Lo scrolling continuo, in questo senso, ci ruba anche la voglia.
Lo smartphone e il sonno che salta

Il primo a pagare il conto è il sonno. In puntata lo raccontiamo bene, quando entriamo nello scrolling infinito la sera sappiamo già che non dormiremo, così mettiamo la modalità aereo per mezz’ora prima di coricarci. Non è fissazione, è buon senso confermato dai dati.
Uno studio su JAMA Pediatrics ha misurato che gli adolescenti passano in media cinquanta minuti a notte sullo smartphone, gran parte sui social, a scapito delle ore di sonno. E secondo altre ricerche usare lo schermo nell’ora dopo essersi messi a letto alza del 59 per cento il rischio di insonnia e toglie in media ventiquattro minuti di riposo. La luce e gli stimoli tengono il cervello acceso quando invece dovrebbe spegnersi.
Il sonno perso non torna. Dormire poco e male si porta dietro meno concentrazione, più nervosismo, umore instabile, e sul lungo periodo alza il rischio di sintomi depressivi. È un circolo, l’ansia ci tiene attaccati al telefono, il telefono ci toglie sonno, e la stanchezza alimenta di nuovo l’ansia. Rompere l’anello anche in un punto soltanto, la sera, cambia parecchio la giornata dopo.
Come rimettere dei confini senza demonizzare la tecnologia

Nessuno qui vuole dirvi di buttare il telefono, lo usiamo per lavorare, per registrare questo podcast, per restare in contatto. Il punto non è eliminare, è ridefinire dei confini. Uscire dalla dipendenza da smartphone non vuol dire vivere da eremiti, vuol dire riprendere il controllo. I consigli che ci hanno dato gli ospiti sono piccoli e concreti. Eliminare il telefono cinque minuti al giorno e concentrarsi sulla realtà, senza riempire subito il vuoto. Tenere lo smartphone fuori dalla camera la notte, o attivare la modalità che silenzia le notifiche. Lasciare qualche pausa senza schermo, anche in coda o sui mezzi.
Un trucco che funziona è rendere il telefono meno comodo. Spegnere le notifiche non essenziali, mettere lo schermo in scala di grigi, tenere le app che divorano tempo lontane dalla schermata principale. Piccoli attriti che spezzano il gesto automatico di sbloccare senza motivo. Non è questione di forza di volontà infinita, è questione di rendere un filo più difficile la strada verso lo scrolling.
La cosa più difficile, e più utile, è tollerare un po’ di silenzio. All’inizio è scomodo, perché siamo disabituati, ma è lì che torniamo ad ascoltarci. Se poi vi accorgete che l’uso è fuori controllo, che l’ansia sale appena il telefono è lontano, parlarne con uno psicologo aiuta a capire cosa c’è sotto. La dipendenza, in fondo, non è dall’oggetto, è da quello che ci mettiamo dentro per non sentire il resto.
Fonti
- Nomofobia e uso dello smartphone, Garante per la privacy
- Scrolling notturno e sonno, studio JAMA Pediatrics, Fanpage
- Schermi a letto e rischio insonnia, GoStudent
Ascolta la puntata
Nella puntata di Ciao Ami Podcast, Gli Ami sono tipi chill, con Giorgio Gualazzi ed Enrica Albera parliamo di iperconnessione, silenzio e di quanto ci fa bene ogni tanto staccare. Se avete un vostro trucco per disconnettervi, o se non riuscite proprio a farlo, scriveteci a ciaoamipodcast@gmail.com o in DM su Instagram @ciaoamipodcast. Ascoltate l’episodio qui sotto.